Storia della pera canguro

di Rino Crivelli

Monsone si vantava proclamando: io con una sciarpa d’aria condensata stacco una montagna.

Bora disse: io count sospiro la taglio a fette.

Maestrale replico: io con uno sbadiglio faccio calva una foresta.

Infine intervenne anche il Tivanello del Lago di Como e con voce petulante ma coraggiosa, tutto d’un fiato fece un bel discorsetto: voi siete i culturisti dell’atmosfera (parlava con ricercatezza), siete dei manovali maldestri buoni per lavori di sgombero ed inutili guasti, provatevi ora a concepire un’azione più articolata e divertente, un lavoro in cui bisogna possedere abilità di soffio e fantasia. Per esempio, staccate una pera dall’albero con due colpetti di tosse, ed una volta caduta fatela rotolare con pazienza sbucciandola e spolpandola fino al torsolo scoprendone i semi, ed allora con una lingua d’aria sottile e vibrante trasportate un seme, dal momento che vi ho scelto la pera giusta nel luogo giusto, da Periburgo a Kanguropa distanti 8730 lunghezze alisee.

E mentre i colleghi intontivano nello sforzo di capire e di immaginare, Tivanello si esibì da quel virtuoso che era.

Tutto avvenne secondo il programma e il seme di pera atterrò felicemente a Kanguropa.

I colleghi nel barlume di lucidità a stento ricuperata si sentirono infinitamente rozzi ed a lungo muggirono per il dolore.

Intanto il seme di pera a Periburgo s’era acquattato sotto una zolla naturalmente cangura: zolla con zolletta. Ed al passaggio di una nube cangura. nube con nubecola, cadde una goccia canguro, goccia con gocciolina che innaffiò il seme della pera di Periburgo.

Il seme vibrò subito di radici.

Intanto splendeva un sole canguro, sole con solicchio, mentre succhi nutrienti ricchi di sali canguri, molecola con molecolicchia, filtravano dal terreno per nutrire il germoglio.

A Kanguropa tutto era canguro, fiori, erbe, animali, paesaggi, cielo e stelle e tutti attendevano ansiosi di verificare se l’anima cangura di Kanguropa avrebbe vinto la resistenza di un seme alieno, perciò furono felici di vedere spuntare e prosperare un pero canguro perfetto e cioè canguro in tutto, tronco, rami, fiori, frutti.

Linee

di Rino Crivelli

All’inizio era soltanto una linea sinuosa che descrivendo se stessa tentava di esplorare lo spazio del foglio.

Ogni tanto la punta della penna si imbatteva in un percorso obbligato ed ecco apparire sulla superficie alcune forme riconoscibili: un pesce, un albero, un uccello, il barbagianni, il paggio Fernando, la regina delle caramelle, il re di picche e altre ancora.

Ma poi la popolazione reclama più libertà, vuole vivere nello spazio ed esige che la penna si faccia forbice e la liberi dal foglio ritagliandola. E non basta ancora. Tutte le forme vogliono durare a lungo ed essere belle e preziose e dialogare col mondo rispecchiandolo: vogliono insomma materializzarsi, diventare autonome.

Io non dovevo e non potevo oppormi.

Rivelando ora una certa civetteria e per farsi accettare hanno l’aria di concedere l’opportunità di usarle.

Parrebbe loro troppo umiliante essere scambiate per portacarte o portatovaglioli e infatti dobbiamo accostare l’orecchio per decifrarne il bisbiglio. Più chiaro è ciò che in fretta soggiungono con tenera petulanza: ma soprattutto siamo indipendenti e rappresentiamo noi stesse; raccogliamo luce, rispecchiamo eventi, persone e cose. Viviamo.

Ogni miniscultura ha un nome le cui iniziali formano la parola ASCOLTA. I nomi sono: Altmanina, Samanta, Calminacammina, O-di-ok, Lepresileprenò, Tutta, Allomobbi.

A chiarimento aggiungiamo che O-di-ok non è altro che la O di okey; Lepresileprenò è una riflessione di un cane da caccia pieno di dubbi; Tutta è il colpo di morra a cinque dita (qui non si vede il pollice) pronunciato in lombardo; Allomobbi è Allò Moby (Moby Dick, la balena).

Milano, 23-4-1986. Rino Crivelli

Immagini

di Rino Crivelli

Le immagini certo vantano diritti ad una collocazione culturale, posseggono radici, origini, motivazioni facilmente riconoscibili nei singoli territori d’indagine in cui sembra ubicarle. È possibile classificarle ed archiviarle con soddisfazione degli estimatori d’ogni ghiotto codice di lettura convertibile in codice di collocazione. Ma con ciò delle stesse è sacrificata soltanto l’inerzia formale, materiale per altro inestinguibile.

Ad esempio, per quanto mi concerne, la regione in cui l’immaginazione trova di preferenza dimora, è il surrealismo, inteso come habitat naturale e nello stesso tempo come necessità strutturale delle occasioni e dei riferimenti del figurare; tuttavia il linguaggio prescelto istituisce di volta in volta rapporti e connessioni con altri territori presso i quali vorrebbe pur reclamare diritto di cittadinanza e cioè l’astrattismo geometrico, l’informale, la pop-art, il gergo pubblicitario. Di qui si dipana la storia delle affinità, delle parentele sotterranee, se non degli attriti e delle collisioni tra iconografia personale ed iconografia ufficialmente riconosciuta.

Nasce per me a tale proposito il sospetto che tale storia possa talvolta ineluttabilmente coincidere con la storia del farsi della persona, nei suoi stessi più segreti connotati; con la stessa trama dell’esistenza.

Tuttavia al di là di ogni ordine di constatazioni è comunque recuperabile, se non altro idealmente, un’immagine irriducibile, in quanto impossibile luogo di convergenza di ogni libertà e di ogni necessità.

Vorrei almeno essere confortato dalla certezza di giungere ad avvertire l’immagine come fine ultimo di tutto il nominare, estremo limite nella comunicazione, laddove i furori descrittivi già indistinti si dissolvono nel silenzio.

23 marzo 1974 | scritto in occasione della mostra alla galleria L’Argentario di Trento.

Berenice

di Rino Crivelli

Berenice uscì

Berenice fuggita ancora

per foglie e vene

con amore di pietra

dentro abito di Berenice.

Al popolo ignota per farsa

Ignota Berenice

Per farsa.

Essendo poliglotta Berenice

di lingue ignote

parlanti, sussurranti pietre, foglie, nubi

anche raramente,

molto raramente,

anche battito d’ala, anche brivido d’erba,

ma questo ancora più raramente. 

Fuggendo Berenice,

fuggendo al popolo ignota

come non parlante,

come non comunicante,

ma laureata e docente

in logicasasso di ciottoli tondi

e vestita di foglia

per passare inosservata Berenice

che non ha spazio da occupare

e neppure esistenza da riempire,

ma solo capelvenere. Appena

un po’ di capelvenere-dubbio ammissibile

tra ciottoli.

Ed anche questo solo raramente.